Festa di san Giuseppe a Santa Maria di Licodia

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Il simulacro di San Giuseppe sul fercolo durante la festa

La festa di San Giuseppe è la ricorrenza religiosa e civica più importante e partecipata per la comunità di Santa Maria di Licodia. Essa ha luogo ogni anno l'ultima settimana di Agosto e si articola in tre giorni che vedono il paese coinvolto dalle processioni del fercolo del Santo Patrono.

Storia del Culto a San Giuseppe a Licodia[modifica | modifica sorgente]

Il culto al Patriarca San Giuseppe viene introdotto a Licodia dai monaci Benedettini. Detto ordine si interessò moltissimo affinché la figura del Santo fosse venerata dalla cristianità, motivo per il quale non poteva venir meno l'interesse che anche nella loro comunità di Licodia questo culto fosse presente.

L'immagine portata tuttora in processione, risalente al secolo XVII, è stata sempre conservata e venerata nella Chiesa Matrice monastica, tuttavia è interessante notare come anche nella adiacente chiesa parrocchiale (1734), al momento della ripresa del diritto sacramentale, gli abitanti di Licodia si premurassero di erigere un altare a San Giuseppe adornato da una tela (oggi perduta). La notizia ci è nota grazie al verbale di visita di Mons. Deodato Moncada del Maggio 1791 dove si legge: «visitò il fonte battesimale e gli oli santi, (…) l’altare di San Giuseppe, li confessionili».[1] Non abbiamo tuttavia notizie certe se già nel settecento ci fossero manifestazioni esterne.

È certo invece che già nei primi decenni dell'Ottocento il culto verso San Giuseppe crebbe notevolmente con manifestazioni pubbliche che coinvolgevano la popolazione. Nel 1827 i fedeli facevano rifondere una campana della chiesa madre che dedicarono a San Giuseppe e a perpetua memoria incisero nel bronzo queste parole: QUESTO SACRO BRONZO DELLA CHIESA DI SANTA MARIA A CURA ED A SPESE PROPRIE I FEDELI LICODIANI HANNO FATTO RIFONDERE E AURESCARE DEDICATA AL PATRONO SAN GIUSEPPE ANNO 1827.

Questa data ci fa intuire come, anche in mancanza di una proclamazione ufficiale, i licodiesi già dai primi anni del secolo XIX considerassero San Giuseppe loro patrono. In una missiva tra il parroco Savuto e il Vescovo datata 30 Maggio 1830, si parla delle solenne celebrazioni in onore di San Giuseppe e dell’elogio che il predicatore teneva al popolo radunato in chiesa. Questo è il primo documento che certifica una celebrazione solenne in data differente da quella liturgica.[2]

Con l'autonomia comunale ottenuta nel 1841 si rafforza sempre più il legame con il "nuovo" Patrono. Nel 1862 nasce la Confraternita di San Giuseppe. Nel 1882, a seguito di una benefica apparizione a pro della signora Rosaria Scaccianoce e per devozione popolare veniva eretta una nuova chiesa, poco distante dal centro abitato, dedicata a San Giuseppe e alle Anime del Purgatorio. Nel 1887 il rescritto pontificio di Leone XIII, dichiarava San Giuseppe Patrono di Santa Maria di Licodia.

La festa nel secolo XIX[modifica | modifica sorgente]

Il consiglio comunale, deliberando e accogliendo il Patriarca come Patrono Principale, si faceva carico di organizzare e finanziare i festeggiamenti. Questi non avevano ancora una data fissa e avvenivano tra il mese di Maggio e quello di Settembre, ma avevano già un programma ben fissato. Essi si dividevano in tre giorni: nel primo veniva portata in processione la Reliquia, il secondo giorno aveva luogo la processione di San Giuseppe, mentre il terzo era dedicato alla processione in onore di San Luigi.

Nel consiglio comunale del 3 Maggio 1869 veniva eletto il mastro di festa, scelto tra coloro che svolgevano la professione di falegname. Questi, oltre al compito di dirigere e custodire la bara, aveva anche l'incarico di supervisionare i fuochi d'artificio. Una delibera comunale del 1875 imponeva un aumento del dazio su carne, pane, pasta e vino, da imporsi nel mese precedente alla festa, "onde questa potersi celebrare con maggiore solennità". Nello stesso anno si dava ordine di tenere accesi i fanali per l’intera notte nei giorni della festa. Il 7 Giugno 1876 il Consiglio Comunale per dare conferma della forte devozione popolare, rivolse un'istanza alla Santa Sede “Onde degnarsi sanzionare che questo Comune sia posto sotto lo speciale Patrocinio del Glorioso Patriarca San Giuseppe”.

Il Beato Giuseppe Benedetto Dusmet, Cardinale Arcivescovo di Catania e Abate titolare di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l’Arena, sull'impulso dato dal Pontefice Pio IX che aveva dichiarato San Giuseppe Patrono Universale della Chiesa, con rescritto “Ut in die Feste Patrocinii Sancti Josephi” del 23 Novembre 1876, concesse la messa in onore del Patrocinio di San Giuseppe e fissò la celebrazione dei festeggiamenti l’ultima domenica del mese di Agosto. La data scelta non fu occasionale, essa infatti coincide con l’anniversario di fondazione e infeudazione del villaggio di Licodia (Agosto 1143) e anche con quella successiva dell'autonomia comunale ottenuta con Regio Decreto nell’Agosto 1840.

Avvenimenti nel secolo XX[modifica | modifica sorgente]

Nel 1905 il comune cede alla parrocchia del Santissimo Crocifisso la chiesa monastica di Santa Maria, attuale navata di sinistra, che cambia il nome il chiesa di San Giuseppe. Questo il motivo per cui la Chiesa Madre è conosciuta anche come chiesa di San Giuseppe.

Il 6 luglio 1917, considerata la crescente devozione popolare, dietro richiesta del vicario parrocchiale, l’Arcivescovo pro tempore di Catania, Cardinale Giuseppe Francica Nava, concedeva alla parrocchia di Licodia, l’indulgenza di 200 giorni a chi avesse recitato la giaculatoria “O san Giuseppe, padre putativo di Gesù Cristo e vero Sposo di Maria Vergine, pregate per noi e per gli agonizzanti di questo giorno (di questa notte)”.

Negli anni a venire fu sempre il popolo licodiese a curare e promuovere la Festa Patronale, la quale attirava gli abitanti dei paesi vicini, soprattutto gli abitanti di Paternò, i quali giungevano, anche a piedi, principalmente il Lunedì nominato infatti “a festa de Patunnisi”. La devozione dei licodiesi e dei paternesi, si manifestava principalmente nei giorni della festa, quando la pesante “vara” di S. Giuseppe veniva portata a spalla lungo tutto il tragitto. Quest’ultima tradizione ormai decaduta.

La cura dell'organizzazione della festa era demandata alla Deputazione di San Giuseppe, organo nato alla fine dell'Ottocento e che operò fino agli anni '50 del '900. Capo della Deputazione era il sindaco. Questi aveva un incarico particolare: insieme al maresciallo dei carabinieri, al parroco, ed al presidente della confraternita deteneva le chiavi per aprire la cassaforte dei preziosi di san Giuseppe. Il giorno della vigilia questo gruppo di rappresentanza si riuniva in chiesa e con una solenne cerimonia apriva la cassaforte posta dietro l’altare maggiore dove era conservato l'oro del santo. Prelevatolo di la in un consesso gioioso adornavano il simulacro del Patrono. Questa tradizione poi decadde a seguito del furto sacrilego del maggio 1975, il quale privò il Santo dei numerosi e antichi ex voto che nei secoli il popolo aveva donato. In seguito, ricomponendosi gradualmente una consistente quantita di ori ex voto, si ritenne opportuno trasferirli in un luogo più idoneo.

Nel 1957, per volere del Parroco Vito Rapisarda, a seguito di spiacevoli malintesi con la Deputazione, la festa fu affidata alla Confraternita di San Giuseppe. Nel 1962 la confraternita accordò che si aggregassero membri esterni nell'organizzazione. Nel 1997, la confraternita cedette l'organizzazione della festa e si ricompose un comitato cittadino, ma solo con l'istituzione del Comitato Permanente per i festeggiamenti del Patrono San Giuseppe nell'anno 2014, tornò definitivamente in mano alla cittadinanza.

La festa[modifica | modifica sorgente]

"U misi"[modifica | modifica sorgente]

La sera dell'ultima domenica di luglio, il Comitato dei festeggiamenti, preceduto dal gonfalone e accompagnato dalla banda cittadina, sfila lungo il corso principale del paese dalla Chiesa della Consolazione alla Chiesa Madre. Ivi giunto, il suono delle campane fa da preludio allo sparo dei colpi a cannone che annunciano “'u misi” (il mese). Il paese è così avvertito dell’imminente arrivo della festa Patronale. A segno di ciò il campanile della chiesa Madre è illuminato dai colori di San Giuseppe e una bandiera sventola sulla cima.

Per tutta la durata del mese il comitato gira per le vie del paese, diviso per l’occasione in settori, a chiedere l’obolo per i festeggiamenti. Fervono i preparativi, nelle case e nelle strade che saranno interessate alla processione, vengono preparate le bandiere da esporre per adornare degnamente il balcone dell’abitazione.

All'approssimarsi della settimana della festa l’illuminazione fa bella mostra di sé nelle vie principali, nelle case viene esposta la bandiera, la vara viene portata dentro la chiesa. Si giunge infine al mercoledì. In questo giorno inizia il triduo di san Giuseppe, che durerà fino e venerdì. La sera nella chiesa Madre si recita il rosario e la coroncina, si cantano gli inni, e i fedeli vengono preparati a meglio vivere i momenti di fede propri della festa.

"a sbarrata"

La vigilia- "'A sbarrata"[modifica | modifica sorgente]

Si arriva a sabato. Nel pomeriggio, col passaggio della banda cittadina per le vie del centro, un clima di allegria pervade l’abitato. La Messa viene celebrata sul sagrato della chiesa della Consolazione. Qui si ritrovano le associazioni, le confraternite, il comitato, le autorità, le comunità gemellate, il clero, il popolo. Finita la messa, ci si dispone per la processione verso la chiesa Madre. Un clima di devota preghiera rallegrato dalle musiche della banda, accompagna l'immagine della Madonna di Licodia e il Reliquiario di San Giuseppe. La processione sfila lungo il corso principale fino ad arrivare in piazza, dove già molta gente attende da tempo "a sbarrata". La chiesa è adorna, parata con drappi e damaschi e tutta illuminata. Tutti gli altari sono arricchiti da fastose balze con ricami d’oro. La processione entra in chiesa e i fedeli riempiono i pochi spazi rimasti vuoti. Il parroco quindi rivolge al popolo che gremisce le navate un fervorino che si conclude con il consueto "E gridamu tutti viva! Viva San Gniusppi!", il primo dei tanti viva che si levano dalla bocca dei devoti per accogliere il simulacro del santo che lentamente emerge da dietro l’altare maggiore. Gradualmente appare la raggiera, poi il volto di san Giuseppe, quindi Gesù Bambino e infine ecco il simulacro in tutta la sua bellezza intronizzato sopra l’altare. I devoti esultano, i fedeli battono le mani, l’organo intona l’inno, “Su venite fedeli devoti, all’altar di Giuseppe…” e tutti cantano mentre le campane suonano a distesa, la banda in piazza accompagna con marce allegre e i fuochi e la moschetteria avvertono il paese: il Santo è di nuovo tra noi. La festa è realmente iniziata.

Uscita del Santo. Autore L. Crispi

La Domenica della festa[modifica | modifica sorgente]

Il paese si desta alle otto con le campane e i colpi a cannone che salutano il sole di questo solenne giorno. La banda diffonde le sue note tra le strade già dalla mattina. Alle nove si celebra la messa solenne, al suo termine tutto si dispone per la processione. Il fercolo viene spostato davanti all’altare, sopra il quale si sono già sistemati coloro che dovranno "scendere" il santo. Evviva e applausi accompagnano questo momento e dall'altare il santo viene passato sulla vara. Qui avviene la "vestizione": due incaricati sistemano sul simulacro i bavari in velluto ricoperti di monili ex voto, che di anno in anno si arricchiscono accrescendosene il numero. Dietro ognuno di quegli oggetti in oro si cela una supplica, una richiesta di aiuto, una grazia. Essi sono un segno dell’amore reciproco tra il santo e i fedeli e ne rappresentano un patto d'unione indissolubile.

Uscita del Santo. Autore L. Crispi

Sono le dieci e trenta, la banda in piazza allieta i fedeli che attendono l’uscita della vara. Il “mastro” e il sacerdote salgono sul fercolo, suona la campanella, la vara si avvia, si affaccia dalla porta della chiesa e: applausi e grida, campane e musiche, moschetteria, fuochi, lancio di strisce colorate, di palloni, fumogeni colorati. Una accurata coreografia per accogliere il Patrono che ritorna tra le strade del paese. Assordanti i fuochi d’artificio che annunciano l’uscita.

La salita delle Caselle

Quando l'ultimo colpo esplode l’applauso e i viva confermano il gradimento dei devoti. Il sindaco rivolge quindi il suo messaggio augurale alla cittadinanza, poi la banda intona le note della cantata mentre i bambini fanno a gara per chi deve raccogliere più “zareddi” o palloncini. Al termine la campanella del fercolo suona e la vara scende dal sagrato della chiesa. Questo è il momento di raccogliere le offerte che i devoti porgono al "mastru i vara". Un altro scampanellio e può iniziare la processione che si snoda per i quartieri della Matrice. Il cordone viene legato al baiardo e preso nelle mani dai bambini insieme agli adulti. Quando la campanella suona il giro inizia. Le strade sono addobbate con festoni, nastri colorati e dai balconi pendono le bandiere. Ognuno aspetta il passaggio del Santo davanti alla propria abitazione. Il Santo passa, raccoglie le preghiere, gli omaggi, i doni e benedice tutti. Chi ha bambini li alza e li porge al fercolo per farli benedire da San Giuseppe. Chi ha fatto un voto per chiedere una grazia, per ringraziare il santo o per semplice devozione, dona, a secondo delle proprie scelte e possibilità, un gioiello, oppure primizie naturali, artigianali, o offerte in denaro. Ogni dono viene ricambiato con un'immagine del santo al grido "E gridamu tutti viva! Viva San Gniuseppi!".

L'illuminazione artistica della Piazza

Lungo il tragitto i fedeli approntano anche gli "altarini" con il pane che viene benedetto e distribuito. Quando la processione arriva alle Caselle, per affrontare la discesa, “a calata ‘o pisci”, che porta al centro del quartiere, il cordone viene spostato sul lato posteriore della vara che scende tirata nella maniera opposta. Arrivati alla fine della discesa ci si cimenta ad affrontare un'altra dura prova, la ripida salita di via Pietro Napoli “a cchianata de Caseddi”, ma prima di imbattersi nella salita, alcuni devoti offrono ai fedeli e ai bandisti un rinfresco. Finito ciò tutti si preparano, si posizionano sul cordone. Ogni cosa è al proprio posto e la campanella dà il via. Si parte tra grida di incoraggiamento e affanni si comincia a correre incitati dalla fanfara ma la vara si ferma. Si potrebbe pensare che non si può più andare avanti per la difficoltà del percorso. Invece no! Questa non è che una delle tre fermate. Ad ogni fermata la vara riparte, sempre incitata e con un ultimo sforzo arriva sotto la piazza. Le campane suonano, i fuochi e gli applausi accolgono il fercolo e i portatori. L'affanno si fa sentire però il giro deve continuare, restano altri quartieri. Al Pepe un vociare allegro di bambini accoglie la processione. In braccio ai loro genitori aspettano di essere benedetti dal sacerdote e di donare il proprio giglio sulla vara. Poi insieme a tutti gli altri fanno a gara per prendere le caramelle che "piovono" dalla vara. La processione prosegue ancora per la Pulcheria e le altre vie della parrocchia, ancora li in attesa del il Santo, altro pane, altre preghiere, altre suppliche, altre offerte…

È già mezzogiorno passato, nell’aria è il profumo delle pietanze che si cucinano in questo giorno di festa, le famiglie sono riunite per pranzare assieme. Il Santo, con i pochi devoti ormai rimasti, dopo lo sparo dei mortaretti che segnalano il suo arrivo, rientra nella chiesa. Arriva il vespro e le campane richiamano i fedeli alla Messa Solenne.

La serata continua, il sacro cede il posto al profano, la gente è in piazza per assistere allo spettacolo musicale. Il cantante o il gruppo musicale chiamato per allietare la serata attira anche gli abitanti dei vicini paesi. C'è poi chi passeggia lungo il corso, chi approfitta per rinfrescarsi con gelati o granite o chi stuzzica l’appetito comprando “nucidda miricana” (arachidi), “calia”(ceci abbrustoliti), “frastuca”(pistacchio), semenza, crespelle e quant'altro offrono le bancarelle che per l’occasione occupano le strade principali.

Il Lunedì[modifica | modifica sorgente]

Lunedì ultimo giorno di festa, in questo giorno si consuma il lavoro durato mesi.

Una seconda processione inizia nel tardo pomeriggio dopo la funzione. Questa si articola per le zone periferiche e per i quartieri della parrocchia del Carmelo. Parimenti alla processione del giorno prima è attesa con la stessa fede e devozione. All'inizio del giro il Patrono riceve l'omaggio della Polizia Municipale.

In tarda serata la processione passa dalla chiesa della Madonna del Carmelo, "San Giuseppe va a trovare la moglie" si dice scherzosamente. Frequenti anche in questo tragitto sia i doni che gli altarini di pane. I panifici offrono tradizionali forme di pane chiamate “vastuna 'i san Gniuseppi” e le botteghe le loro primizie. Quando la vara arriva all'incrocio tra le via Ameglio e IV Novembre si ferma sotto una campana sospesa al centro e qui ci si ritrova per un altro momento particolarmente atteso: “a calata 'i l''angilu”. Con questo rito si vuole ricordare come San Giuseppe abbia affidato la sua vita totalmente a Dio e come sia stato da Lui guidato attraverso il suo Angelo. Da qui la lettura dei passi del Vangelo in cui Giuseppe riceve i messaggi divini per bocca dell'Angelo, plasticamente rappresentato da un piccolo simulacro che dalla campana scende fino all'altezza del simulacro. L'angelo porta in mano un giglio e nell'altra le offerte in denaro. Finita la lettura del Testo Sacro il capo fercolo prende il giglio e l'offerta, la banda esegue la fanfara e partono i fuochi tra l'allegria comune.

Il rientro del fercolo dopo la processione del lunedì. Autore A. Spampinato

La processione continua per passare dalla chiesa della Madonna della Consolazione e dopo aver percorso altre strade che la portano fino al limitare dell’abitato, inizia il suo percorso di rientro attraverso via Vittorio Emanuele verso la Piazza Umberto. La piazza colma attende l’entrata del fercolo oramai giunto alla fine del suo giro. Quando infine sale sulla “Murami”, i portatori si preparano per un'altra spettacolare prova: "a cursa". Favorita dal percorso pianeggiante la vara percorre velocemente l'ampia curva della piazza per bloccarsi avanti alla chiesa accolta dai fuochi e dalle campane. Poi viene posizionata accanto al palco dove già sono disposti tutti i doni ricevuti durante le processioni.

Il fuoco finale

La gente attende perciò che inizi l’asta dei doni. Tutto quello che il Santo ha ricevuto dai devoti durante il giro viene venduto all'offerente migliore. Ceste di frutta, angurie, funghi, piante, olio, prodotti artigianali…pane. Il banditore inizia con il primo pezzo, la base d’asta viene elevata dalle molteplici mani degli acquirenti che fanno l’offerta migliore, ecco che viene accordata e il devoto compratore, ritira ciò che ha acquistato. Un momento di sana competizione e di allegra contesa.

Nell'ultimo gioco artificiale “u sparu ‘i menzannotti”, si dimostra la maestria dell’artificiere. Bagliori rossi, verdi, blu, viola, bianchi, argentati e dorati, illuminano il firmamento nero della notte di fine agosto. I minuti passano, gli sguardi fissano il cielo, le bombe esplodono una dietro l’altra tra razzi e colori, il finale assorda i timpani. L’applauso si protrae a manifestazione del gradimento e i commenti volano. Infine la vara entra definitivamente in chiesa. L’organo suona, i fiori vengono sistemati sotto la cameretta, i gioielli vengono tolti dal simulacro che viene sceso dalla vara, ancora i viva si alzano ed echeggiano nella chiesa e San Giuseppe viene riposizionato sull'altare maggiore dove rimarrà per tutto l'ottavario.

L'ottava[modifica | modifica sorgente]

Dopo la messa vespertina il simulacro viene sceso dall'altare maggiore e portato sulla piazza per l'ultimo saluto del paese. Dopo i fuochi d'artificio rientra in chiesa e viene ricollocato nella cameretta. Il presidente del comitato, tra i viva dei devoti, chiude le porte e vela l'immagine del Santo Patrono. L'appuntamento sarà l'anno prossimo per la nuova festa.

Il simulacro[modifica | modifica sorgente]

Il simulacro di San Giuseppe è un'opera di fattura siciliana risalente con buone probabilità, in base all'analisi stilistica, al secolo XVII. È stato sempre conservato e venerato nella chiesa madre di Santa Maria ed è certamente l'immagine religiosa più cara ai fedeli di Licodia.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: San Giuseppe (Santa Maria di Licodia).

La Reliquia[modifica | modifica sorgente]

Il reliquiario di San Giuseppe, inserito all'interno del tronetto, esposto sull'altare maggiore in occasione della festa

La comunità licodiese conserva da secoli, tra le tante, una reliquia di San Giuseppe. Non esistono notizie riguardo alle spoglie mortali del santo, ciò ha portato alla supposizione da parte di alcuni teologi lungo i secoli che il corpo di San Giuseppe, a imitazione di quello di Maria, sia stato assunto alla Gloria di Dio. La Chiesa però non ha dato ancora nessuna conferma dottrinale a questa ipotesi. Tuttavia in molte chiese esistono, da antica tradizione, reliquie insigni legate alla vita terrena del santo. La maggior parte di esse consiste in indumenti. Anche quella conservata nella chiesa licodiese, annoverabile tra quelle venerate nel monastero, consiste in un frammento di stoffa catalogato come "ex pallis S. Josephi"[3]. L'uso di portare in processione "la Reliquia" esisteva nell'Ottocento. La Confraternita di San Giuseppe nel suo primo statuto prendeva l'incarico di accompagnare la processione del reliquiario: "Resta obbligata la Congrega accompagnare le festività del Corpus Domini e della Reliquia di San Giuseppe"[4]. Questa processione cadde in disuso negli anni '60 del '900 per essere poi ripristinata nel 2012 in occasione del 150º anniversario della fondazione della Confraternita. Da allora, oltre ad essere esposta in Chiesa Madre nei giorni in preparazione alla festa sia di Marzo che di Agosto, è portata in processione la sera del Sabato, vigilia della festa d'Agosto.

La reliquia è conservata in una teca incastonata in un artistico reliquiario realizzato dell'argentiere catanese Bartolomeo Bartolotta nel 1763. Esso è composto dal ricettacolo, con innesto a baionetta che segue un armonioso disegno a girali tipicamente barocco, con decorazioni floreali, conchiglie e foglie d’acanto intrecciate alle volute. Presenti anche elementi a fusione; la colomba dello Spirito Santo nella parte superiore sotto la corona; i quattro cherubini indorati, i quali in modo particolare rimandano all’ascendente della scuola messinese sulla produzione etnea.

"A vara"[modifica | modifica sorgente]

La "Vara" è il fercolo su cui viene portato in processione il Santo durante la festa. Il termine fercolo viene dal latino fero-cultum, e significa portare per il culto. La zona etnea è quella più ricca di queste macchine processionali chiamate in dialetto “vare” che accrescono il senso artistico di ogni festa patronale.

La "vara" in chiesa nel giorno della festa

Tutti a Licodia conoscono "a vara" che trasporta il simulacro di san Giuseppe per le vie del paese nei giorni della festa.

Si tratta di una elaborata macchina lignea, scolpita e intagliata, ricoperta in argento e mecca. Ha uno stile che coniuga l'arte barocca col nascente gusto neoclassico, tipico della seconda metà del settecento siciliano, sicuramente opera di abili maestranze locali. Il tosello è sostenuto da sei colonne scanalate, sormontate da capitelli corinzi che reggono gli archi a tutto sesto. Su questi corre la trabeazione a doppia cimasa aggettante con fascia centrale decorata a motivi fitomorfi mistilinei, intervallate da metope con uguali motivi decorativi. Lungo i bordi della cornice dodici aquilotti ornamentali reggono col becco dei festoni di fasci e panneggi avviluppati e fanno da raccordo al cupolino dalla sinuosa forma "orientale" decorato da fregi composti da foglie e fiori. In cima al cupolino una corona poggiante su una sfera. Sopra la sfera una croce gemmata con un giglio e una palma incrociati alla sua base. L'interno del tosello è diviso in due ordini ognuno con cassettone a decorato da motivi geometrici e foglie d'acanto. Al centro del cassettone anteriore è la raffigurazione a tutto tondo dello Spirito Santo, mentre in quello posteriore un bassorilievo con il triangolo della Trinità. Dentro il tosello è sistemato anche un grazioso scrigno con decorazioni a conchiglia. Dagli archi pendono cinque vasi porta fiori di metallo indorato di antica foggia, mentre quattro vasetti in ottone, un tempo alla base del simulacro, decorano l'apertura frontale e le due laterali.

Fino al 1960 il fercolo veniva trasportato a spalla, mentre adesso è trainato dai devoti mediante un cordone che viene agganciato al baiardo.

Il simulacro di san Giuseppe veniva portato in processione anche su un altro fercolo, conservato nel palazzo della famiglia Bruno, la quale quando si occupava dei festeggiamenti, si curava di fare uscire il Santo in processione sul proprio fercolo. Di questo fercolo, più sobrio dell'attuale rimangono solo alcuni pezzi.

"A cammaredda"[modifica | modifica sorgente]

Per tutto l’anno il simulacro di san Giuseppe viene custodito all’interno di una nicchia, sul lato sinistro della cappella del SS.Sacramento, chiamata “cameretta di san Giuseppe”.

L’usanza di nascondere i simulacri e le sacre reliquie dei santi patroni è una tradizione molto diffusa nella terra di Sicilia, essa prelude, oltre a proteggerle da eventuali furti sacrileghi, anche a “custodire la santità”, ossia a serbare e proteggere questi grandi esempi di vita, cercando di imitarli nella nostra esistenza.

Detta cappella viene chiusa da una bella porta lignea intagliata del secolo XVIII, forse un ex retablo spagnolo o macchina lignea. La porta è ricca di decorazioni composte per lo più da foglie d'acanto e fiori, sia sulle ante che nella cornice. Sulla parte sommitale in altorilievo i simboli di san Giuseppe: il giglio e il bastone fiorito.

Detta porta è l’unica cosa che ci resta dell’antico altare ligneo barocco di San Giuseppe. La collocazione della cameretta non è stata sempre quella attuale. Fino al 1919, prima dell’unificazione delle due chiese (quella del Crocifisso e di Santa Maria), la cameretta faceva parte dell'arredo dell’altare maggiore della chiesa abbaziale. Con l’unione delle due chiese dell'antico altare venne risparmiata solo la porta utilizzata per coprire una nuova nicchia realizzata sulla parete sinistra dell'abside della navata principale, in alto.

La "cameretta" di San Giuseppe nel transetto dell'ex chiesa di Santa Maria, attuale navata laterale della Chiesa Madre

Nel 2003 la "cameretta" venne di nuovo spostata e collocata nel transetto della navata sinistra in un luogo più vicino a quello originale. Il 19 marzo dello stesso anno il santo Patrono veniva sistemato nella sua nuova sede e il 23 marzo, a conclusione dei festeggiamenti, la porta della nicchia veniva chiusa dall’Arcivescovo di Catania mons. Salvatore Gristina.

Le chiavi della cappella sono due, una conservata dal Governatore della Confraternita e l'altra dal Presidente del Comitato.

A sinistra della cameretta arde una lampada votiva, mentre sopra di essa è collocata una tela che riproduce il simulacro del Santo.

Un momento particolare era l’uscita e la discesa dalla cameretta, quando questa era posta nell’abside dell’altare maggiore. Questa cerimonia avveniva nel primo pomeriggio della vigilia della festa a porte chiuse. Un gruppo di fedeli (appartenenti o al comitato o alla confraternita) si ritrovavano per compiere le delicate operazioni con l’ausilio di un ascensore ligneo che saliva fino all’altezza della cappella, all’apertura delle porte, l’organo eseguiva gli inni a san Giuseppe e i presenti gridavano. Tramite l’ascensore il simulacro veniva portato avanti l’altare e attraverso delle stanghe spinto fino al centro, il tutto accompagnato da grida e musica d’organo. In seguito veniva coperto da un telo bianco, che veniva tolto al rientro della processione della vigilia, o alla fine della predica durante la messa, nella cosiddetta funzione della “sbarrata”. La facoltà di tirare il velo dall’altare durante la funzione era riservata al presidente della confraternita di San Giuseppe.

La Cantata[modifica | modifica sorgente]

Il canto degli inni in onore di san Giuseppe è una antica tradizione che si attua durante le messe in preparazione alla festa. Nel 2003 alcuni parrocchiani hanno pensato di trascriverli in musica per farli eseguire dal corpo bandistico locale. I brani furono arrangiati dal M° Salvatore Famiani ed eseguiti per la prima volta la vigilia della festa di agosto dello stesso anno. Negli ultimi anni l'incarico di intonare la cantata è stato affidato al Gruppo Scout locale.

Inno

Su venite fedeli devoti

All’altar di Giuseppe venite

Vostre preci ferventi offerite

Al maggior Patriarca che fu.

Alme lodi sciogliete al suo nome

A quel nome si caro e giocondo

Che farà di virtude fecondo

Ogni cuor che l’onora qua giù

Che farà di virtude fecondo

Ogni cuor che l’onora qua giù

Preghiera

O Giuseppe ci guardi propizio

Da quel trono sublime in cui regni

No! Errar non si può se Tu insegni

Il sentiero che guida pel ciel

Per noi sparsi in vastissimo pelago

La Tua sposa del mare la stella

Tu la preghi la Vergine bella

L’alma nostra al tuo porto trarrà

Allor quando angustiato lo spirito

Sentirà l’ultim’ora che suona

Dal Signor che i pentiti perdona

Col Tuo prego gli ottieni pietà

Non respinge temibile Giudice

Chi suo Padre qui in terra ha già detto

Se vivrò da Tuo manto protetto

La mia sorte felice sarà

Dal Signor che l’amplesso si placido

L’alma santa o Giuseppe spirasti

Dhe! Ne togli i perigli e contrasti

Che n’attende al nostro spirar

Col Tuo prego così verrà l’anima

Tra i beati dal Giudice ammessa

E potrà le tue lodi ancor essa

A Te grata in eterno cantar

Cabaletta

Si canti e si lodi Il nome di Giuseppe

Speme e conforto

Speme e conforto

Si canti e si lodi il nome di Giuseppe

Speme e conforto mio

A Te o Giuseppe io solo penserò

O dolce nome ti invocherò

Ti invocherò!

Ti invocherò!

Il Comitato[modifica | modifica sorgente]

L'organizzazione della festa è affidata ad un comitato composto da cittadini licodiesi. Esso è erede diretto dell'antica Deputazione e venne ufficialmente costituito il 3 Febbraio 2014. oltre al compito precipuo di provvedere a tutto ciò che concorre alla buona riuscita della festa di Agosto, ha pure quello di incrementare la devozione al Santo Patrono e favorire l'accrescimento culturale e sociale della comunità.

Il comitato è guidato da un presidente nominato dal parroco della Parrocchia SS. Crocifisso che dura in carica per massimo due mandati di tre anni. Egli è coadiuvato da un direttivo eletto dai soci tra i quali si scelgono: il vicepresidente (il più anziano tra gli eletti), il segretario, il tesoriere della festa, due consiglieri e un rappresentante eletto dalla Confraternita San Giuseppe (incaricata di nominare anche il capo vara). L'assemblea dei soci rimane comunque l'organo esecutivo con potere deliberatorio. Durante la festa il comitato indossa una maglietta blu con l'effige del Santo Patrono.

La festa del 19 Marzo[modifica | modifica sorgente]

San Giuseppe è solennizzato dalla Chiesa Cattolica il 19 Marzo.

La festa, organizzata e spesata dalla Confraternita, inizia il 12 marzo con la "sittina" in onore del Patrono che ha le stesse caratteristiche del triduo. Il momento che caratterizza il primo giorno è l’accensione della lampada votiva al Protettore, che a nome di tutti viene fatta dalla confraternita di san Giuseppe.

La processione di San Giuseppe il 19 Marzo

Durante la mattinata della vigilia o la domenica precedente avviene l’omaggio dei bambini al Santo Patrono con la consumazione del pranzo “de vergineddi”.

Nella messa vespertina del 18 Marzo ha luogo la "sbarrata" del simulacro. Il 19 Marzo, la solennità di San Giuseppe, viene annunciata ai devoti dai colpi di cannone e dalle campane. La sera viene celebrata la messa solenne alla quale partecipano le confraternite e le autorità civili. Dopo la celebrazione, il Patrono viene predisposto per l’uscita. Le confraternite con i Crocifissi, gli stendardi e i gagliardetti aprono la processione. Segue il Santo portato a spalla dai confrati. La processione percorre il tratto del corso principale sotto la piazza seguita dal clero, dal corpo bandistico e dai fedeli. Dopo i fuochi d’artificio, san Giuseppe ritorna nella cameretta, dove viene deposto e custodito fino alla vigilia della festa grande ad Agosto.

Antiche tradizioni[modifica | modifica sorgente]

Nel periodo della festa di san Giuseppe di marzo a Santa Maria di Licodia, ma anche in molti altri comuni della Sicilia è presente una tradizione che ha sfidato il tempo e che fino ai giorni nostri si continua a perpetuare, si tratta dei “virgineddi” consistente nell’invitare a pranzo, e a volte anche a cena, un gruppo di ragazzi di numero dispari che varia da tre in su, a seconda della promessa del devoto che organizza. Le portate del pranzo sono sette a ricordo dei sette dolori e delle sette allegrezza di san Giuseppe. Il piatto tipico del pranzo è la pasta con i ceci, piatto che viene preparato un po’ in tutte le case dei Licodiesi il giorno di san Giuseppe.

La tradizione del pranzo dei virgineddi è parecchio antica. In origine le famiglie più agiate del paese offrivano il giorno della vigilia della festa di san Giuseppe, il Padre della Provvidenza, il pranzo ai figli delle famiglie più disagiate. La vigilia o il giorno stesso del pranzo, gli invitati devono assistere alla messa nella chiesa del santo, e devono confessarsi. La tradizione dei vergineddi e l’unica che ancora è arrivata a noi.

Un'altra importante tradizione e manifestazione di fede e di devozione, forse la più bella che però purtroppo è decaduta, era il trasporto a spalla del fercolo. Esso avveniva nella festa di agosto, e a quanto pare molti venivano dai paesi limitrofi, principalmente da Paternò, per trasportare la pesante vara per le vie del paese. La domenica i portatori portavano il fercolo per devozione, il lunedì erano pagati. Il fercolo non viene portato più a spalla dal 1960, quando grazie al disinteresse generale fu deciso di far trainare il fercolo da un cordone cancellando così una delle maggiori attrazioni e particolarità della festa.

Un’antica tradizione era il lancio di palloni aerostatici detti “balluna”, all’uscita di san Giuseppe che salivano verso il cielo e avevano anche scopo di satira politica.

Altre tradizioni, la maggior parte sportive, legate alla festa di Agosto erano: la fiera del bestiame e degli attrezzi agricoli che si svolgeva il sabato della festa e aveva luogo nel piano della “Costa ‘a Utti”, a sud dell’abitato, l’attuale piazza Matteotti o nel viale delle Rimembranze, questa tradizione è caduta in disuso intorno agli anni ’60. Un'altra era la corsa dei cavalli, che poteva essere con o senza fantino, e che si svolgeva sotto la Murami, ossia piazza Umberto I, caduta in disuso anche per gli incidenti accaduti. Anche la gara ciclistica subì la stessa sorte.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. Archivio Storico Diocesano Catania, Fondo Visite Pastorali, 106, Atti di Visita, Visitatore Monsignor Corrado Maria Deodato Moncada, Vescovo di Catania, 1790-179.
  2. Archivio Storico Diocesano Catania, Fondo Miscellanea, Paesi della Diocesi, Santa Maria di Licodia, Corrispondenza del Vicario (1787-1900), 134, 3.
  3. Archivio Storico Parrocchia SS. Crocifisso, Autentiche di reliquie, Quietanza della Commissione Pontificia, Card.Domenico de Zaulis, Arcivescovo titolare, Assistente al soglio pontificale, essendo Papa Clemente XI, data in Roma il 20 Novembre 1709.
  4. Archivio Storico Parrocchia SS. Crocifisso, Confraternite, Confraternita di San Giuseppe, Primo registro delle deliberazioni della Congregazione di San Giuseppe. 1872

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • L. Sanfilippo, La Confraternita di San Giuseppe per i suoi 150 anni. Tra devozione, patronato e identità, 1862-2012, Poliart, Santa Maria di Licodia, 2012

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]